attentiaqueidueemmepiemmepiemmepigaggero
attentiaqueidueemmepiemmepiemmepigaggero

Arenzano piange Giovanna Cosulich, il ricordo affettuoso di chi le ha voluto bene

È mancata a 63 anni, a causa di una malattia, Giovanna Cosulich, ex dipendente del Comune di Arenzano.

Giovanna, che si occupava di Servizi Sociali e che molti arenzanesi ricordano con grande affetto proprio per la sua competenza e la cura che dedicava al suo lavoro, lascia tre figlie, Maria, Anna e Micol, a cui va l’abbraccio di Cronache Ponentine.

Ecco le parole di Anni Valle, presidentessa Unitre Arenzano e Cogoleto, per descrivere l’amica Giovanna:

Mi piace ricordare la mia cara e indimenticabile Giovanna con le sue parole, quando ancora la malattia era lontana ed era tempo per lei di progetti nella sua meravigliosa isola.
Voglio pensarti li mia cara amica, tra il giallo delle ginestre, il profumo dei pini e la brezza del mare. Fai buon viaggio…e che il vento ti sia amico.
Ecco le parole di Giovanna dell’aprile 2019 trasmesseci dalla figlia Anna che abbraccio forte insieme a Micol e Maria.
Ragazze, avete avuto una mamma straordinaria.
La mia mamma, Giovanna Cosulich, Aprile 2019 ci racconta della gioia e del dolore:
”Mi piace pensare al nostro cuore come ad un giocoliere che tiene nelle mani tante palline colorate, e con esse è in grado di compiere spettacolari acrobazie. Conosce ogni pallina nel dettaglio, sa come prenderla e come lanciarla in aria, come riacchiapparla in un cerchio ciclico che non finisce mai. Ogni pallina ha il suo ciclo, il suo posto nel cerchio potrà capitare che il giocoliere si sbagli e la pallina si schianti ma verrà prontamente recuperata e rimessa in circolo a godere della gioia del gioco della vita.”
Il dolore non è per sempre:
Il ciclo di gioia e dolore nel cerchio della vita.
Il battito del cuore, il nostro respiro… dal momento in cui veniamo alla luce ci accompagnano e ci ricordano che la nostra vita è scandita da un ritmo. Mentre un lato del cuore si svuota, l’altro si riempie…quando un respiro se ne va, un altro inizia. Esiste dentro di noi, in tutte le nostre funzioni organiche, alto, basso, dentro, fuori, come un’onda che continuamente si muove, energia che va e viene, riempie e svuota. Esiste in natura in tutte le manifestazioni fisiche questo movimento, che ciclicamente si ripete e dà luogo a tutte le forme di vita vegetale ed animale. Esiste la scansione del tempo, lo scorrere delle giornate, delle stagioni, i cicli lunari, tutto sembra regolato secondo una legge che ha forma circolare: qualcosa inizia, si compie e finisce. Immersi in questa ruota universale noi viviamo e ci coglie lo stupore ogni volta che il ciclo ricomincia. Siamo immersi nel mistero, in quella forza che dà origine alla vita ed è normale che come i bambini ci arrivino delle domande. Se a livello fisico la scienza ha per millenni cercato risposte a questo immenso motore esistenziale, a livelli più sottili quando parliamo, ad esempio, di emozioni questo discorso diventa ancora più complesso. Chi regola il ritmo della nostra gioia e del nostro dolore? Perché un giorno siamo felici e un giorno invece tediati da un senso di tristezza? Dipende solo da fattori esterni il nostro stato emotivo? Che rapporto c’è tra la gioia e il dolore nel nostro mondo interno? Navighiamo spesso in questo tipo di mare, dove le condizioni del tempo mutano in modo improvviso e da un mare tranquillo ci ritroviamo in un mare in piena tempesta. Siamo attrezzati sufficientemente per correre ai ripari? Viviamo situazioni di gioia o periodi della vita, in cui le basi concrete della nostra esistenza sembrano essere in buon equilibrio e ci illudiamo che questo possa essere una condizione finalmente stabile, un traguardo raggiunto che nessuno e nulla potrà scalzare. Poi arriva il fatidico imprevisto…una malattia, una separazione, un lutto, la perdita del lavoro, un problema sentimentale e la situazione cambia. Le condizioni esterne ci condizionano a tale punto, che quello che sentivamo solido e in un certo qual senso definitivo, diventa un terreno minato e l’impalcatura comincia a barcollare. Entriamo in contatto con il dolore. Ecco il ciclo che avanza, il flusso di energia che scorre, portando con sé gli avvenimenti della vita, le relazioni e con essi il nostro mondo interiore. Il dolore ci scuote e ci trascina in una situazione ben diversa dal nostro precedente stato di quiete. La dimensione del dolore prende spazio nel nostro mondo interno a tal punto che quasi dimentichiamo che possa esistere una via d’uscita. Si fa strada in noi la sensazione di una morte certa. Ma è proprio vero, quando l’oscillazione è profonda e il dolore diventa un ombra scura non riusciamo a ricordare che oltre il dolore già si sta preparando un nuovo ciclo di trasformazione. “ Nel cuore delle difficoltà riposano le opportunità” frase celebre di Einstein ci ha sempre convinto, ma nella pratica riusciamo a tradurre la sofferenza in evoluzione? Riusciamo a sentire dentro di noi l’impermanenza e l’inevitabile procedere del ciclo naturale di vita morte vita? Dobbiamo morire, passare attraverso il dolore per poter rinascere purificati ad uno stadio di comprensione più elevato. Il binomio gioia e dolore diventa così il viatico per una trasformazione spirituale che avviene, seppure nello sforzo, in modo naturale e in perfetto allineamento con le leggi del cosmo. Riuscire a stare nel dolore e nella sensazione di morte senza scappare, riuscire a stare nel disagio di questo passaggio stretto che, come nel parto naturale è preludio ad una rinascita, sopportare con pazienza i tempi di maturazione che l’inverno del dolore richiede prima dello schiudersi della prima gemma ecco questo è comprendere la natura ciclica delle nostre emozioni. Questo ha a che fare profondamente con il più importante dei cicli naturali che è il passaggio vita morte vita. Anche Gibran nel celebre libro Il Profeta ci apre dolcemente a questa fondamentale verità. Che il dolore si accompagna alla gioia in ogni istante della nostra vita, regolando il nostro battito emotivo. La sensazione di dolore profondo che ci invade non ci consente di intravvedere l’abbondanza che si nasconde dietro questa esperienza. Ma la legge naturale del ritmo della vita cui dovremmo sempre affidarci non si smentisce mai. Dietro ad un’esperienza di dolore c’è sempre un’esperienza di trasformazione che ci riconduce alla gioia. Pensiamo solo alla vicinanza che possiamo trovare nei momenti di dolore da parte di persone a noi vicine, o incontri e momenti inaspettati di amicizia con persone che, proprio in virtù di questa nostra difficoltà, si riavvicinano a noi in modo sincero e profondo. Il dolore non basta a se stesso, richiama inevitabilmente altre emozioni e altre risorse che ognuno di noi, scavando nelle profondità della propria anima, ritrova o scopre in modo sorprendente. C’è chi dice la gioia è leggera e il dolore è profondo. È la nostra percezione che ci confonde. La gioia, essendo piacevole, rischia di essere scontata, mentre il dolore che ci fa soffrire acquista un peso opprimente e viene percepito in modo più pesante. In realtà i pesi delle due emozioni sono oggettivamente gli stessi perché gli opposti in natura sono sempre equivalenti. Siamo noi a stabilire al nostro interno quanto spazio ogni volta concedere e per quanto tempo far durare questa oscillazione. La gioia è importante, dovremmo sempre ricercarla, ogni giorno, ogni mattina al nostro risveglio, ringraziando per il solo fatto di essere vivi e in relativa salute, di aver un tetto sopra la nostra testa e cibo sufficiente per nutrirci. Tutto ciò non può essere scontato, ma ricordarselo tutti i giorni quando iniziamo la giornata, potrebbe arricchire di sapore la nostra quotidianità e farci entrare in uno stato di maggiore consapevolezza. Imparare la gratitudine non è che il primo passo per un avvicinamento alla gioia. Quella vera, profonda, che può accompagnarci anche negli stati di profondo dolore. Sviluppare questa emozione, farla crescere dentro di noi fino a sentirla spontaneamente anche per le piccole cose, ci può aiutare a immagazzinare luce ed energia positiva che spinge la ruota del ciclo del dolore verso la sua fisiologica trasformazione. Pienezza, mancanza…quante volte abbiamo sperimentato queste sensazioni. Abbiamo raggiunto un obiettivo importante, frutto di impegno e sforzi e ci sentiamo paghi soddisfatti e pieni di autostima e gioia. Poi successivamente sopraggiunge un nostro fallimento;… normale, siamo umani e fallibili. Questo ci manda in crisi profonda e mina tutta la sicurezza e fierezza di cui prima ci sentivamo impregnati, fin nella più piccola delle nostre cellule. La mancanza, il vuoto, il senso di colpa e di non valore prendono campo la spugna imbevuta di liquido salutare si strizza in una morsa di dolore ed emerge il vuoto in tutta la sua sofferenza. Ecco un ciclo che si apre e che si offre a noi come un nuovo sentiero da esplorare. Riusciamo ad andare avanti? Abbiamo nello zaino il necessario che ci serve per sopravvivere? La mancanza è dura siccità è arresto di respiro, carenza di ossigeno, panico, paralisi che ci induce all’immobilità e a soccombere. Percepire il vuoto può voler dire sentirsi risucchiare in un abisso oppure può essere l’occasione di ascoltare il proprio doloroso silenzio. Ma allora può esistere anche un vuoto salutare, uno spazio di ascolto, di delicata attenzione verso parti di noi che, gridando vendetta, in realtà ci stanno chiedendo aiuto. Immergersi nel silenzio è stare in uno spazio vivo, perché ci consente di ricontattare il nostro respiro che è la nostra ancora di salvezza. Ritornare al ciclo della fonte primaria della vita ricordarsi che il respiro entra riempie esce e svuota; riV entra riVriempie riVesce e riVsvuota così come a un ritmo più lento e con passaggi più complessi anche questo nostro momento di vuoto apparentemente senza speranza può, nel flusso dell’impermanenza, trovare nuovamente una linfa vitale che ci riporti gradualmente ad una nuova pienezza. Percepire questa possibilità di cambiamento è possibilità di accogliere dimensioni opposte e lavorare per una loro riconciliazione. Nella nostra cultura la scissione tra la vita e la morte ha portato ad una visione degli opposti come separati determinando a livello emotivo una enorme fatica ad una loro integrazione. La gioia e il dolore sono le emozioni che più facilmente ci rappresentano la difficoltà di conciliazione e coesistenza degli opposti nel nostro mondo interiore. Sono emozioni talmente distanti e talmente potenti nelle loro manifestazioni che ci appaiono incomunicabili. Siamo portati a desiderare la gioia e a tenere distante il dolore. La ricerchiamo come obiettivo primario della nostra vita sperando di consolidarla e darle una prospettiva di maggior durata possibile. Questa propensione assolutamente positiva e comprensibile, se percorsa rigidamente, ci rende difficile sentire profondamente il flusso ciclico della vita, la sua impermanenza e oscillazione. Ci impedisce di mettere in comunicazione queste due emozioni e di spostare il baricentro del nostro cuore verso l’accoglienza di entrambe. In realtà è proprio grazie ad una loro possibilità di connessione che riusciamo a ripristinare dentro di noi un equilibrio. Il principio dei vasi comunicanti, la rappresentazione del tao e le infinite sfumature cromatiche delle nostre emozioni ci inducono a pensare che la nostra vita non è scritta in bianco e nero ma in una infinità di combinazioni nelle quali le nostre emozioni possono essere dosate e compensate. Accogliere questa mescolanza ci permette di intravvedere sempre la possibilità di un nuovo ingrediente, di una nuova risorsa per dare forza alla parte debole, che in quel momento si trova in sofferenza. Il gioco degli opposti dentro il nostro cuore è un’alternanza che possiamo accompagnare anche in modo giocoso, divertendoci a trovare di volta in volta quella particella mancante, quel pezzo del puzzle che ripristina il giusto peso nel nostro bilanciamento emotivo. Ci serve un po’ di dolcezza? Ci serve un po’ di ironia? Ci serve un momento di raccoglimento? Nella lotta tra gli opposti che sono poi le nostre parti interne possiamo sederci e iniziare un dialogo, consapevoli che ognuna di queste parti ha ragione e diritto di avere un suo spazio, diritto di essere ascoltata a amata. Apriamo la stanza ,facciamo spazio, creiamo il silenzio, un vuoto utile ad ospitare le nostre emozioni, dove possano muoversi in libertà riconoscendosi reciprocamente. La gioia con il dolore a prendere per mano tutte le altre perché a queste tutte si riconducono. Mi piace pensare al nostro cuore come ad un giocoliere che tiene nelle mani tante palline colorate, e con esse è in grado di compiere spettacolari acrobazie. Conosce ogni pallina nel dettaglio, sa come prenderla e come lanciarla in aria, come riacchiapparla in un cerchio ciclico che non finisce mai. Ogni pallina ha il suo ciclo, il suo posto nel cerchio potrà capitare che il giocoliere si sbagli e la pallina si schianti ma verrà prontamente recuperata e rimessa in circolo a godere della gioia del gioco della vita.

 

X