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La storia di Ennie, dai galgueros spagnoli ad Arenzano in cerca di affetto

Il muso di Ennie si avvicina, bello con i suoi occhi grandi, ma diffidenti. E’ una levrierina di sei anni, dall’aspetto maestoso come tutti i suoi simili, mi scruta con i suoi occhioni che hanno visto l’inferno e che parlano senza parlare, analizza la manica della giacca appoggiata sulla sedia. Prima mi annusa la mano, poi, lentamente capisce che si può fidare e appoggia il muso sulla gamba. Totalmente. Si rilassa mentre sente la voce della sua padrona, Nadia, e chiude quasi gli occhi quando le accarezzo la testa. E la più grande sfida, ridare speranza a un cane strappato a un destino crudele, è vinta.

Ennie è arenzanese da poco, appena dieci mesi, il resto della vita l’ha passato in Spagna, in condizioni di vita precarie, senza quasi nessun contatto con gli esseri umani. La sua padrona, Nadia Perretta, ha raccontato a Cronache Ponentine delle stragi dei levrieri – greyhound o Galgo – vicende ancora poco conosciute in Italia, ma per le quali molti volontari si stanno mobilitando da diverse parti d’Europa.

Ogni anno nei paesi anglosassoni migliaia di greyhound vengono uccisi a causa del business legato alle corse, ogni anno in Spagna migliaia di Galgo vengono uccisi perché ritenuti non più utili per la caccia. Questo con metodi di una ferocia spesso al di là dell’immaginazione praticati dai “galgueros”, i cacciatori che utilizzano i Galgo come degli strumenti: badilate, fosse comuni, cani trascinati da auto, abbandonati con la museruola o con le zampe rotte, impiccati agli alberi (se non sono stati dei buoni cani da caccia, vengono appesi ai rami più bassi degli alberi, con le zampe che toccano appena il terreno, una vera e propria tortura prima della morte).

In Spagna, i cani che vengono rinchiusi nei canili – le perreras – vengono picchiati brutalmente ed eliminati dopo venti giorni di permanenza. In questo caso, quella dei volontari è una vera e propria lotta contro il tempo. Spesso costruiscono dei rifugi in cui ospitano quanti più cani riescono a salvare prima di darli in affidamento, ed è commovente vedere come alcuni animali, riusciti a fuggire dalle violenze, raggiungono in autonomia i rifugi: «Sentono l’odore della vita – spiega Nadia – si accorgono che in quelle casette ci sono dei loro simili, ma non captano paura, umiliazione, o dolore». Dopodiché, si spalancano le porte per un futuro migliore e per l’affido alle famiglie.

«Un anno fa non conoscevo questa storia – racconta Nadia – e, insieme alla mia famiglia, avevamo deciso di prendere un cane. Poi ho visto in televisione un servizio dedicato ai levrieri, a quello che succede nel Regno Unito e in Spagna, e all’associazione “Sos Levrieri” che qui in Italia si batte per salvare questi animali e donare loro un futuro migliore». In pochi minuti la decisione era presa: «Ho alzato la cornetta e ho chiamato l’associazione. Poco tempo dopo è venuta una veterinaria a trovarci per il pre-affido, ovvero per capire se potessimo ospitare un levriero, ha voluto che tutti i membri della famiglia fossero presenti. Ha rivolto alcune domande a me, a mio marito ed alle mie due figlie, ed è andata via con il sorriso sulle labbra. Abbiamo capito che era fatta, eravamo così contenti!». E l’avventura di Ennie – reduce da sei anni di angherie negli allevamenti dei cacciatori – è iniziata: prima con la quarantena, le cure e i vaccini. Poi con un viaggio sul furgone dell’associazione, dalla Spagna all’Italia. Tante ore di viaggio, e altrettante di attesa per la famiglia che si è recata a Macherio, il punto di incontro per le famiglie che avevano scelto di aiutare un levriero.

E poi, dopo i primi attimi di gioia, l’impegno della famiglia di Nadia per restituire una vita ad Ennie, un’esistenza fatta della dignità e delle dolcezze che per troppo tempo le sono state private. «Ennie era paurosa, diffidente, perché aveva vissuto una vita di stenti senza entrare in contatto quasi mai con gli esseri umani – spiega Nadia – e sicuramente non per ricevere affetto. I galgueros la tenevano rinchiusa insieme ad altri levrieri in una casetta al buio e nella sporcizia, quando i volontari l’hanno presa era denutrita e piena di dermatiti. La soddisfazione più grande è vedere che con il tempo, passo dopo passo, ha iniziato a fidarsi di noi e a mostrarci i primi segni di affetto».

Adesso Ennie si è affezionata alla sua nuova famiglia, gioca, si fa fare le coccole per delle ore, è sensibile e buffa quando si sdraia sulla cuccia a pancia in su. E – tanto per sfatare un mito – più che un cane da corsa, è un “cane da poltrona”: quando Nadia la lascia libera sui prati, anziché correre tra l’erba preferisce stare accanto alla sua nuova “mamma”, per non perderla mai di vista. Una storia a lieto fine, tanto che, quando Nadia la racconta accarezzando la sua Ennie, lei “sorride”: una caratteristica del levriero infatti è che, quando fa le feste, arriccia il muso in un vero e proprio “sorriso”. E quell’espressione che testimonia l’autentica felicità della levrierina, per la famiglia di Nadia vale più di mille coccole.

  Arenzano, Ennie con la padrona Nadia Perretta

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