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Treno e cinema, percorsi paralleli – La condanna del capostazione La Quaglia

La condanna del capostazione La Quaglia

Destinazione Piovarolo, satira politica e sociale che ruota attorno alla vita di una piccola stazione in cui ferma solo un treno al giorno. Dove un ferroviere di terza classe non smette di sognare una promozione e un trasferimento in una stazione più importante.

 

Un classico. Almeno per i cercatori di treni nel cinema. Destinazione Piovarolo è un classico perché è la storia, nell’ordine: di una stazione che con linguaggio televisivo oggi definiremmo “sfigata”; di un capostazione opportunista e speranzoso cui il moderno aggettivo si addice a pieno titolo, forse anche di più; di tanti treni che passano e non si fermano: non diversamente dalla storia d’Italia, che nei trent’anni in cui si inquadra la vicenda sembra procedere sopra e oltre quella piccola località triste e isolata il cui nome è di per sé un programma (meteorologico).

Ma Destinazione Piovarolo , diretto da Domenico Paolella, è anche un classico perché il capostazione Antonio La Quaglia ha i tratti di Totò, un Totò che in questo caso presta il lato più “umano” della sua comicità a un tentativo (non efficacissimo) di satira politica e sociale di un ampio arco di tempo, quello che procede  dal fatidico 1922 sino ai primi ani Cinquanta. “Essere o non essere fascista – si chiede il ferroviere, rivolgendosi al ritratto di George Stephenson, padre della locomotiva  – questo è il problema. Ignorare, morire di fame, oppure sfidare la cattiva sorte e combattere le avversità?”.

Storia professionale, personale e nazionale, dunque. Con regimi che cambiano e Totò che si adatta, sempre lì, alle prese con l’ausiliaria (Tina Pica) e con l’unico treno che ferma ogni giorno, un accelerato, nella incrollabile e vana speranza di una promozione e del trasferimento.

Sarà tuttavia proprio da quel treno che scenderà l’unica vera svolta di vita per il capostazione di terza classe La Quaglia, una svolta che ha le sembianze di Marisa Merlini nei panni della maestra del paese. L’insegnante, dopo un arrivo un po’ incerto (scende da una carrozza “centoporte” quando il treno già si muove e cade malamente a terra), protesta con il ferroviere, ma nei successivi incontri tra la pendolare e il capostazione il loro rapporto cambierà. Lei, dal cognome chiaramente ebraico, deve sposarsi per acquistarne uno meno rischioso, e non si crea problemi nel prendere l’iniziativa verso quel buon partito del capostazione. Lui, dal canto suo, da tempo è in cerca di una moglie, spinto a ciò da un regolamento che prevede uno scatto di carriera in più ogni due figli. Scopi occulti a parte, l’amore comunque sboccerà.

Una delle scene più comiche del film, costruita con un montaggio rapido di tredici inquadrature in 35 secondi, vede il treno al centro dell’azione scenica, nel momento classico della partenza e dei saluti. Totò la accompagna al treno e parla con lei, affacciata al finestrino. Il treno parte, i due si salutano teneramente, quando un viaggiatore, a bordo, guasta l’idillio svuotando un bicchiere d’acqua, che finisce sul volto di La Quaglia: questi si asciuga con un fazzoletto, dando alla donna che si allontana l’impressione di essersi commosso e provocando quindi la commozione autentica di lei, che si asciuga una vera lacrima. Dissolvenza incrociata e via alle immagini del matrimonio.

La Quaglia sfiora il coronamento delle sue ambizioni professionali quando dal treno 427, da lui fermato per un’inesistente frana sui binari, scende il ministro dei trasporti in persona, al quale strappa la promessa dell’agognata promozione. Anziché ottenere passaggio di grado e trasferimento, però, lo zelante capostazione viene punito per aver inutilmente bloccato il convoglio: il suo destino di ferroviere sarà sempre, inesorabilmente, legato all’umida Piovarolo.

L’immaginaria stazione che dà il titolo al film è ambientata in quella autentica di Roma Salone, alla periferia est di Roma, sulla linea ferroviaria Roma-Pescara. Film adatto a chi ama Totò, la storia soft della società e, soprattutto, a chi rimpiange la vecchia ferrovia con il suo grande mondo fatto anche di piccole stazioni. Quelle in cui un capostazione e un aiutante – antropologiche tracce di un’ormai perduta umanità ferroviaria –  li potevi sempre trovare. Indipendentemente dai bilanci dello stato, delle FS, delle regioni, dall’andamento del Pil o dello spread. Bei tempi, quei tempi.

 

Destinazione Piovarolo (1955)

Regia: Domenico Paolella

Soggetto: Gaio Fratini

Sceneggiatura: Domenico Paolella, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Stefano Strucchi

Fotografia: Mario Fioretti

Scenografia: Piero Filippone

Montaggio: Gisa Radicchi Levi

Musica: Angelo Francesco Lavagnino

Interpreti: Totò, Nino Besozzi, Paolo Stoppa, Tina Pica, Marisa Merlini, Arnoldo Foà, Irene Cefaro, Ernesto Almirante, Zoe Incroci, Enrico Viarisio, Leopoldo Trieste, Mario Carotenuto, Giacomo Furia, Carlo Mazzarella

Produzione: Alfredo De Laurentiis per D.D.L. Roma

Origine: Italia

B/N

Durata: 80’

 

destinazione piovarolo

 

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Roberto Scanarotti, giornalista e scrittore, ha pubblicato Treno e cinema. Percorsi paralleli (Le Mani editore, 1997), Aghi, Macachi e Marmotte – Dizionario semiserio per viaggiare in treno (ecedizioni, 2009) e Destinazione immaginario – Andata e ritorno nell’universo simbolico della ferrovia (ilmiolibro.it, 2012). Treno e cinema sono amici da sempre. Per l’esattezza dal 28 dicembre 1895, quando i fratelli Lumière – a loro insaputa – firmarono l’atto di nascita della settima arte portando in scena proprio un’inquietante locomotiva con alcune carrozze al traino. Da quel momento in poi, dopo letterati, poeti e pittori, anche i cineasti furono attratti dal fascino della ferrovia, e non ci volle molto tempo prima che il treno diventasse un celebrato protagonista degli schermi. Roberto Scanarotti svelerà miti e riti della ferrovia su celluloide, attraverso una serie di segnalazioni focalizzate su rail-movie e dintorni.  Buon viaggio sui binari dell’immaginazione, dunque, anche ai pendolari che viaggiano ogni giorno su quelli reali e sono quindi poco sensibili alle suggestioni poetiche del mondo dei treni. Ma tant’è: parafrasando Bogart, bisogna pur ricordarsi che “è la ferrovia bellezza, e tu non ci puoi fare niente!”.