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Treno e Cinema, percorsi paralleli – Luciano Serra pilota, battaglia tra i binari

Che cosa ci fa un pilota d’aereo in un film che dovrebbe interessarsi di ferrovia? Luciano Serra pilota (Goffredo Alessandrini, 1938)ce lo spiega nella parte conclusiva delle vicissitudini dell’eroe interpretato da Amedeo Nazzari, nella scena della battaglia ferroviaria.

Anche se non privo di qualche giustificabile ombra dovuta a un temperamento virile e irrequieto, l’eroe positivo interpretato dal nascente divo della cinematografia fascista, trova un nuovo campo d’azione in Etiopia, dove Mussolini aveva intrapreso la campagna di guerra del 1935-36. L’episodio centrale della seconda parte – la grande battaglia sui binari – è quello che ha maggiore rilevanza per il tema che qui ci interessa. Arruolato sotto falso nome (Alberto Conti), dopo il fallimento del volo transoceanico Rio de Janeiro-Roma, quando tutti lo credevano ormai morto, Luciano Serra sale su una tradotta militare che deve percorrere la ferrovia Addis Abeba-Abba Gareb. Sul treno i soldati cantano, fumano; la solitudine di Serra è notata dal cappellano militare, al quale l’ex aviatore concede una parziale confessione e alcune retoriche riflessioni. Ruote del treno in primo piano, scene di vita in carrozza: l’armamentario stilistico adoperato da Alessandrini per descrivere la partenza e il viaggio di un treno è tradizionale e realistico al tempo stesso, con quell’ipotetica terza classe rappresentata dalla carrozza «cabriolet» su cui viaggiano le truppe di colore.

Ma l’azione è presto sezionata in tre distinte parti montate in parallelo: il treno che viaggia lungo i binari, aerei italiani in perlustrazione (uno è pilotato dal tenente Aldo Serra, il figlio del Nostro), abissini all’opera per sabotare il binario e provocare il deragliamento del treno. Avvincenti riprese aeree (almeno per l’epoca) fanno entrare lo spettatore nel cuore dell’azione: l’aeroplano interviene per disperdere i sabotatori ma Aldo, ferito, è costretto ad atterrare: l’attacco al treno da parte di un migliaio di abissini è quindi inevitabile.

La narrazione prevede l’atto eroico di Luciano Serra, lanciatosi tra le linee nemiche per recuperare l’aereo costretto all’atterraggio forzato, sul quale ritrova il figlio ferito, e il suo volo sino al campo base dove, dopo aver informato dell’assalto al treno, muore a causa di una grave ferita.

Ma la coralità della battaglia ferroviaria resta sullo sfondo, si avverte anche quando le immagini non la mostrano direttamente. Il treno è giocoforza e insolitamente un oggetto statico, privato della sua più intima vitalità e provato per la sofferenza che interessa il suo carico umano: una sorta di fortino difeso dai propri soldati, scesi a terra per controbattere l’aggressione dell’esercito etiopico e tentare di respingerlo.

Malgrado l’inevitabile ricorso agli stereotipi rappresentativi della battaglia, questo episodio in particolare denota la capacità di controllo della retorica a cui si faceva cenno più sopra. A parte l’isolata azione del protagonista, infatti, enfasi o epicizzazione non sembrano intervenire a esaltare quella che è una realistica e drammatica scena di guerra, con uomini che lottano principalmente per sopravvivere. In pochi riescono a salvarsi solo con l’arrivo degli aerei italiani, quando ormai si combatte all’arma bianca e il treno sta per capitolare.

Opera propagandistica e rispettosa dei canoni dell’estetica fascista, il film enfatizza  l’italianità e il «dulcis est pro patria mori» elevato a sublime ideale di una vera esistenza fascista. Il sigillo dell’operazione propagandistica avviata con Luciano Serra pilota viene apposto dalla supervisione di Vittorio Mussolini e dalla successiva, scontata assegnazione di un premio speciale al Festival di Venezia. Rispetto ad altri film ispirati ai valori fascisti, quest’opera non trasuda tuttavia di gonfia e pura retorica: lo stile è asciutto e Alessandrini sembra governare col dovuto equilibrio una storia che sta a metà tra il genere melodrammatico (saga familiare) e quello storico-avventuroso (saga militare), schematicamente riconoscibile nelle due parti in cui il film è diviso.

 

Luciano Serra pilota (Italia, 1938)

Regia: Goffredo Alessandrini

Soggetto: Franco Masoero, Goffredo Alessandrini

Sceneggiatura: Goffredo Alessandrini e Roberto Rossellini

Fotografia: Ubaldo Arata

Scenografia: Gastone Medin

Montaggio: Giorgio C. Simonelli

Musica: G.C. Sonzogno

Interpreti: Amedeo Nazzari, Germana Paolieri, Roberto Villa, Mario Ferrari, Guglielmo Sinaz

Produzione: Aquila Film

B/N, durata: 103’

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Roberto Scanarotti, giornalista e scrittore, ha pubblicato Treno e cinema. Percorsi paralleli (Le Mani editore, 1997), Aghi, Macachi e Marmotte – Dizionario semiserio per viaggiare in treno (ecedizioni, 2009), Destinazione immaginario – Andata e ritorno nell’universo simbolico della ferrovia (ilmiolibro.it, 2012) e Ultra vendeva noccioline (2013). Treno e cinema sono amici da sempre. Per l’esattezza dal 28 dicembre 1895, quando i fratelli Lumière – a loro insaputa – firmarono l’atto di nascita della settima arte portando in scena proprio un’inquietante locomotiva con alcune carrozze al traino. Da quel momento in poi, dopo letterati, poeti e pittori, anche i cineasti furono attratti dal fascino della ferrovia, e non ci volle molto tempo prima che il treno diventasse un celebrato protagonista degli schermi. Roberto Scanarotti svelerà miti e riti della ferrovia su celluloide, attraverso una serie di segnalazioni focalizzate su rail-movie e dintorni.  Buon viaggio sui binari dell’immaginazione, dunque, anche ai pendolari che viaggiano ogni giorno su quelli reali e sono quindi poco sensibili alle suggestioni poetiche del mondo dei treni. Ma tant’è: parafrasando Bogart, bisogna pur ricordarsi che “è la ferrovia bellezza, e tu non ci puoi fare niente!”.