attentiaqueidueemmepiemmepi
attentiaqueidueemmepiemmepi

Treno e Cinema, percorsi paralleli – L’uomo del treno

“Se un treno si ferma e scendono trenta persone è vita quotidiana. Se scende solo un uomo con una sacca sulla spalla è subito western”. Chi ha visto L’uomo del treno non può che concordare con il regista Patrick Leconte, che con questo film del 2003 ha in effetti proposto, nella sostanza, un western molto stilizzato. Con un bandito, prossimo a compiere una rapina alla locale banca, che ha il volto di pietra di un maturo Johnny Hallyday (cantava Quanto t’amo, ed è un ottimo attore), presto atteso al varco della vita da un borghesissimo professore in pensione interpretato da Jean Rochefort. L’uno freddo, lapidario, tendenzialmente silenzioso; l’altro loquace, autoironico, colto, grande provocatore verbale. Ma entrambi a modo loro filosofi e poeti, ciascuno reciprocamente attratto dalla vita dall’altro, al punto da voler tentare accenni di emulazioni e sostituzioni, sino a raggiungere il grande sogno finale.

Se il treno fornisce al film la prima connotazione caratterizzante, evocando già attraverso il titolo la figura di uno dei due protagonisti e le probabili vicende che dalla sua azione possono maturare nella vicenda, nel percorso narrativo viene proposto solo nel prologo e nell’epilogo. Il racconto si sviluppa in una qualunque cittadina francese di provincia, modello trasposto dell’archetipico villaggio western di frontiera, dove in una stazione deserta, un giorno, da un treno  quasi vuoto scende un uomo con una missione da compiere.

Sul piano psicologico la storia si fonda sulla tematica del rimpianto per due vite che, entrate per caso a stretto contatto, si scoprono vicendevolmente e sentono forte il desiderio di potersi scambiare: il professore vorrebbe diventare (meglio: essere stato) duro e cinico come un cow-boy, il rapinatore aspirerebbe a indossare le ciabatte che non ha mai calzato in vita sua, suonare al pianoforte l’Improvviso di Schubert e dare ripetizioni agli studenti del villaggio.

Tra umorismo, intelligenza e sottile drammaticità, il filo della storia si dipana facendo crescere tra gli spettatori una palpabile e persistente simpatia per questa strana coppia di amici. E arriva a un finale in cui la generica realtà di un qualsiasi dramma quotidiano assume toni poetici e si sublima nel sogno,  purificandosi.

Epilogo e prologo, dicevamo, vedono in scena il treno. In apertura, mentre scorrono i titoli di testa, la colonna sonora è quella dello sferragliare di un convoglio: dai suoni si passa progressivamente alle immagini, rapide visioni da un finestrino, poi una camera a mano si muove nervosa per un attimo sulla figura di un viaggiatore, tornando a mostrarlo in  modo più preciso mentre guarda fuori dal finestrino, lo sguardo duro ma sofferente (come scopriremo dopo, a causa di una forte emicrania).

In una sequenza di ordinaria cronaca di viaggio, ma già preannunciante una certa tensione emotiva, il treno ferma nella deserta stazione (il set è quello di Tain-L’Hermitage), dove l’uomo con la sacca scende. E’ una scena già vista in tanti western, anche se l’ambiente è quello dei nostri giorni, come del resto una ammiccante colonna sonora orientata al country sembra suggerire.

La piazza deserta su cui si affaccia il fabbricato ferroviario potrebbe essere quella di Dodge City: uno sguardo intorno e poi, a passi decisi, il rapinatore Milan si avvia verso una sorte che sa essere molto rischiosa, ma che ignora comunque possa contenere l’incontro col professor Manesquier. Alla fine della storia, lo stesso treno diretto in senso inverso ferma nella stazione, un uomo (solo un passeggero, come all’andata) vi sale e riprende il suo viaggio.

E’ indubbio che nei destini dell’umanità post-rivoluzione industriale c’è quasi sempre un treno del destino. E un finestrino su cui proiettare il film mentale delle proprie ansie e dei propri sogni, mentre il paesaggio scorre: oggi che lo ha detto anche Leconte ne siamo sempre più convinti.

 

 

L’uomo del treno (L’homme du train, 2002)

Regia: Patrice Leconte

Sceneggiatura: Claude Klotz

Fotografia: Jean-Marie Dreujou

Montaggio: Joëlle Hache

Musiche: Pascal Estève

Produzione: Cine’ B, Canal+, Eurimages, FCC e altri.

Attori: Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Nelly Borgeaud, Jean-François Stévenin, Charlie Nelson, Pascal Parmentier, Isabelle Petit-Jacques, Alain Guellaff, Elsa Duclot, Veronique Kapoyan, Riton Liebman, Olivier Fauron, Michel Laforest, Helene Chambon, Jean-Louis Vey, Armand Chagot, Edith Scob, Maurice Chevit, Sophie Durand

 ________________________________

Roberto Scanarotti, giornalista e scrittore, ha pubblicato Treno e cinema. Percorsi paralleli (Le Mani editore, 1997), Aghi, Macachi e Marmotte – Dizionario semiserio per viaggiare in treno (ecedizioni, 2009), Destinazione immaginario – Andata e ritorno nell’universo simbolico della ferrovia (ilmiolibro.it, 2012) e Ultra vendeva noccioline (2013). Treno e cinema sono amici da sempre. Per l’esattezza dal 28 dicembre 1895, quando i fratelli Lumière – a loro insaputa – firmarono l’atto di nascita della settima arte portando in scena proprio un’inquietante locomotiva con alcune carrozze al traino. Da quel momento in poi, dopo letterati, poeti e pittori, anche i cineasti furono attratti dal fascino della ferrovia, e non ci volle molto tempo prima che il treno diventasse un celebrato protagonista degli schermi. Roberto Scanarotti svelerà miti e riti della ferrovia su celluloide, attraverso una serie di segnalazioni focalizzate su rail-movie e dintorni.  Buon viaggio sui binari dell’immaginazione, dunque, anche ai pendolari che viaggiano ogni giorno su quelli reali e sono quindi poco sensibili alle suggestioni poetiche del mondo dei treni. Ma tant’è: parafrasando Bogart, bisogna pur ricordarsi che “è la ferrovia bellezza, e tu non ci puoi fare niente!”.