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Anpi – Giorno della Memoria: la difficoltà di rappresentare l’orrore

A.N.P.I. Arenzano

Sezione 16 Giugno 1944

 

La Difficoltà di rappresentare l’orrore

 

Ogni volta che parliamo dei terribili avvenimenti che per semplificazione estrema richiudiamo nella parola “Shoah”, ci confrontiamo con la difficoltà di raccontare l’orrore.

Le parole che usiamo non ci sembrano mai abbastanza adeguate.

Il filosofo tedesco Theodor W. Adorno nel 1955 affermò che dopo Auschwitz non era più possibile scrivere poesie, anzi il solo provarci rappresentava una barbarie.

Elie Wiesel, scrittore e saggista, premio Nobel per la pace, disse “solo chi ha provato quelle esperienze potrà raccontarle, ma chi le ha provate è troppo interiormente spezzato, emotivamente coinvolto, per poterne parlare”.

Per fortuna non è stato così.

Proprio alcuni sopravvissuti hanno sentito il dovere delle testimonianze e sulla Shoah sono stati scritti articoli, si sono svolti dibattiti.

Il variegato mondo dell’arte, nell’intento di raccontare ciò che è stato per dare un contributo alla memoria, di fronte alla tragedia si è presto scontrato con la carenza di parole, di narrazioni, di un qualsiasi linguaggio, capaci di rappresentarne l’insensatezza.

Come è possibile raccontare l’orrore se nell’intimo si sente che le parole conosciute sono morte in quei campi?

Per affrontare il senso di disagio e di rispetto, scrittori e registi hanno capito che occorreva un nuovo linguaggio, un diverso modo di narrare, consapevoli di rischiare l’inefficacia, di non essere adeguati.

Primo Levi concepisce “Se questo è un uomo” come testimonianza di un avvenimento storico e tragico, non muove accuse ai carnefici, ma in ogni pagina, nel susseguirsi di parole e righe, è nitido il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di farli partecipi.

Peter Weiss, con il suo capolavoro “L’Istruttoria”, nella drammatica contrapposizione tra il procuratore e l’avvocato difensore che interrogano gli imputati e i testimoni, ci porta immediatamente nella realtà straordinaria e senza precedenti del lager.

Improvvisamente siamo noi che scendiamo smarriti dai treni, che veniamo spogliati di ogni bene, privati della dignità, che diventiamo un numero e che ci avviamo alle camere agas.

Ma è il cinema ad avere il maggior ruolo nel raccontare grazie alla forza evocativa delle immagini.

Tanti i titoli, fra questi “La Tregua”, “Schindler’s List”, “Trein de vie”, “La vita è bella”, “Arrivederci ragazzi”, “Vento di primavera”.

Opere tra loro diverse nel linguaggio ma che arrivano al cuore dopo averci dato un pugno nello stomaco.

Così, mentre commossi piangiamo, proviamo un dolore “fisico”, stiamo male.

Ed è giusto così.

Dobbiamo stare male.

Un linguaggio diversissimo, nuovo e inusuale lo utilizza Art Spiegelman che per raccontare la tragedia della sua famiglia usa il fumetto.

Una storia semplice, come tante, di una famiglia ebrea polacca che da una vita agiata precipita nell’inferno di Auschwitz.

“Mio padre sanguina storia” dice Spiegelman e quella storia si dipana nelle oltre 1500 tavole disegnate che in 269 pagine compongono il libro “Maus”.

Maus cioè “topo” in tedesco, per ricordarci che Hitler definiva gli ebrei “topi da fogna”  nel suo Mein Kampf.

Anche “Maus”, che pure vincerà il premio Pulitzer”, si confronta con la difficoltà di raccontare l’orrore, e nel leggerlo sono evidenti gli sforzi dell’autore nel ricercare il giusto linguaggio.

“Maus” è una storia comune e terribile come altre.

Forse la chiave è proprio questa, contrapporre alla “banalità del Male”, come la definì Hanna Arendt, la forza della semplice verità.

 

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

 

 

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