Estrazione titanio nel Parco del Beigua: cosa succede?

Si è tornati a parlare in questi giorni del tema – già alla ribalta anni fa – dell’estrazione del titanio nell’area del Parco del Beigua, uno dei più grandi giacimenti a livello mondiale, proprio sotto le nostre montagne. È stimato che, durante le nostre escursioni specie sul Tariné, “camminiamo” su circa 400 milioni di tonnellate di titanio, metallo prezioso e su cui le compagnie estrattive hanno messo gli occhi da più di 40 anni.

In particolare, le compagnie sollecitano la Regione sulla base di una concessione accordata nel 1976 ed ereditata dalla Compagnia Europea per il Titanio. Sin da quel periodo era infatti stata certificata la presenza di un grande giacimento, circostanza che però aveva anche indotto a vietare in seguito ulteriori concessioni di ricerca mineraria; anzi, nel 2015 la Regione aveva anche espresso un parere negativo a procedere a un nuovo studio dell’area in oggetto.

Anche Tar e Ministero dell’Ambiente si sono espressi negativamente, basandosi tra l’altro sul fatto che l’Unesco Beigua Geopark è un’area protetta. Ma il Cet torna alla carica con una nuova proposta alla Regione, che peraltro per i diritti di estrazione guadagnerebbe cifre stimate in centinaia di milioni di euro all’anno. Numeri da capogiro che fanno anche percepire gli interessi in ballo. Insomma, una proposta che farebbe senz’altro gola, se non fosse che di mezzo c’è l’ambiente, tra l’altro un geoparco globale Unesco. E dunque torna l’eterno interrogativo tra lavoro e ambiente, nonostante le rassicurazioni delle compagnie sulle più nuove e moderne tecnologie di estrazione.

E il Parco del Beigua ribadisce l’incompatibilità delle attività estrattive nell’area protetta: «”La sottoposizione dell’area sulla quale si dovrebbe svolgere la ricerca mineraria a molteplici vincoli paesaggistici e ambientali è di tale pervasività che non residua nessuno spazio per intraprendere un’attività di ricerca che, non essendo compiuta da un istituto scientifico ma da un’azienda estrattiva avrebbe avuto, come fine ultimo, l’estrazione di minerali, attività certamente vietata dalle norme a tutela del Parco Regionale del Beigua che costituisce, per circa il 50%, l’area interessata alla concessione”. In questa frase, contenuta nella sentenza con cui il Tar della Liguria nel marzo scorso ha respinto il ricorso della Cet, è riassunta la sostanza dell’incompatibilità di un’attività estrattiva in Area Parco, peraltro vietata dalla legge e, di conseguenza, dal Piano del Parco approvato nel 2019».

Dal Parco fanno sapere oggi che «né la Legge regionale né il Piano del Parco vietano, in astratto, l’attività di ricerca scientifica, a meno che questa non sia del tutto ridondante, come nel caso specifico del Tariné, dal momento che gli elementi conoscitivi sono già tutti presenti e ben noti. Il divieto subentra quando la supposta ricerca scientifica è funzionale a un’attività che contrasta palesemente con la scelta del territorio di istituire un’Area Protetta, riconosciuta anche come Geoparco Unesco, e di perseguire quindi un modello di sviluppo improntato alla sostenibilità e alla compatibilità ambientale. La conservazione della natura va ben oltre l’estetica del paesaggio e passa attraverso un impegno quotidiano per valorizzare il capitale naturale in termini di turismo sostenibile, di tutela attiva e di sostegno alle comunità locali, che non a caso sono fortemente contrarie al progetto della Cet. Appare dunque evidente come l’apertura di una nuova miniera e lo scavo di un tunnel nel sottosuolo per raggiungere il porto di Genova, pur se realizzati con tecnologie all’avanguardia, non siano soluzioni in linea con le scelte del territorio e con le strategie di sviluppo volute dalle comunità locali; l’Ente Parco non farà mancare il suo sostegno al territorio e metterà in atto tutte le azioni necessarie per preservare l’area protetta da qualsiasi intervento che ne possa compromettere l’integrità e il valore ambientale, auspicando il convinto supporto degli enti territoriali di governo».