Franco Santoro: «Dopo una vita di lavoro in negozio, che fatica dover ricominciare da capo»

di Valentina Bocchino

Ha una vita avventurosa, ma anche dolorosa, Franco Santoro, “storico” parrucchiere arenzanese che, dopo trent’anni di lavoro, si è dovuto fermare nel 2016 per motivi di salute. Il negozio – come gli arenzanesi hanno avuto modo di vedere – c’è sempre, in via Capitan Romeo, ed è gestito dalla moglie Maria Montella, «vulcano di idee, capace, nonché mia insostituibile compagna nella vita e nel lavoro». Ma in tanti chiedono come sta Franco. E glie lo abbiamo chiesto anche noi: ci ha parlato delle numerose operazioni a cui è stato sottoposto, e della storia di una sofferenza che si porta dietro da quando era piccolo. Ma ci ha anche raccontato di una famiglia allegra, battagliera, pronta a raccogliere le sfide della vita.

Quando inizia la vostra storia ad Arenzano?

Nel ’76, i miei genitori grazie al matrimonio di un parente hanno conosciuto la Liguria e se ne sono innamorati. Allora abitavamo a Napoli, i miei, io e i miei fratelli, e avevamo un negozio in centro, e poi uno in una località turistica campana da aprire soltanto d’estate. Abbiamo pensato di vendere quest’ultimo negozio e di aprirne uno in Liguria, ad Arenzano, sempre solo per la villeggiatura. L’inizio è stato in salita: il proprietario del primo locale che abbiamo affittato storceva il naso perché eravamo meridionali, e inizialmente non voleva lasciarcelo. Poi ha visto che i miei avevano una certa esperienza, ha voluto fare la prova, e l’attività è decollata talmente bene che siamo rimasti qui, con grande entusiasmo di tutti. Di lì a poco, negli anni ’80, mio padre avrebbe vinto per ben due volte i campionati mondiali a Cannes con il Genova Coiffeur Club.
Quando ci siamo trasferiti qui facevo la quinta elementare, dunque sono cresciuto ad Arenzano, studiando, lavorando, giocando a pallone, mi sono fatto una famiglia qui.

Parallelamente, però, hai dovuto fare i conti con la salute.

Quando avevo solo due mesi di vita, prima della vaccinazione, sono stato colpito dalla poliomielite. A otto mesi i miei genitori si sono accorti che zoppicavo, che c’era qualcosa che non andava: una gamba con la malattia mi si era accorciata, purtroppo erano i temibili e devastanti effetti collaterali della malattia. I problemi che mi ha lasciato me li sono portati dietro per tutta la vita: a 14 anni sono stato sottoposto a un intervento di allungamento della tibia, e poi artrodesi, e molte altre operazioni, posso dire di aver girato per gli ospedali di mezza Italia.
Quando ero piccolo dovevo camminare con la suola di una scarpa più alta, anche da ragazzo non andavo al mare. Adesso posso dirlo, mi vergognavo molto della mia gamba e del mio piede. Anche se cercavo di non darlo a vedere: nonostante zoppicassi, ho giocato a calcio negli allievi del Genoa, mi piaceva tantissimo, e ci mettevo dentro tutta la grinta e la mia volontà di riscatto, anche se poi, dopo gli allenamenti, la gamba e il piede mi facevano molto male. Fino a quando non ho dovuto fermarmi. Qualche anno dopo, quando già lavoravo nel negozio dei miei, ho conosciuto Maria, anche lei parrucchiera, e ci siamo innamorati: lei mi ha dato autostima, non ha mai pensato alla gamba, ma alla persona. Le sono infinitamente grato. Conoscendo i miei problemi di salute, e la fatica che già facevo a svolgere un mestiere che mi costringeva a stare fermo e in piedi, non mi ha mai lasciato solo in negozio, aiutandomi con discrezione e prendendosi lei anche il mio lavoro quando vedeva che non ce la facevo più. Abbiamo cercato di non farlo mai notare ai clienti.

Poi, nel 2016, cosa è successo?

Le mie condizioni si sono lentamente aggravate direi a partire dal 2006: sono stati 10 anni di sofferenza, i miei dolori al piede e alla gamba sono aumentati. Ed è ricominciato il calvario. I medici hanno scoperto un’artrosi deformante, la gamba allungata chirurgicamente aveva perso spessore, l’osso si era consumato, mi è stata diagnosticata un’anchilosi totale del piede, i tendini lacerati, e se non si interveniva in fretta rischiavo l’amputazione della gamba sotto il ginocchio (riferisce Franco mostrando i referti medici con sè, ndr). Sono stato sottoposto per la terza volta ad artrodesi, i medici mi hanno bloccato i metatarsi e tre dita del piede. Al contempo, mi sono saltate fuori anche tre ernie cervicali croniche. Tutte queste cose insieme non mi permettono più di fare determinati movimenti, men che mai di lavorare in piedi da fermo. Dunque ho dovuto abbandonare l’attività di parrucchiere, con enorme rammarico. Abbiamo anche dovuto cercare un altro appartamento, che fosse servito da ascensore, in cui andare a vivere.

La musica ti ha aiutato a superare un periodo molto difficile

Sì, come sempre, ho passato i lunghi mesi di convalescenza con la chitarra in braccio come forse hanno visto i miei amici su Facebook. La musica fa parte della mia vita e di quella della mia famiglia, tanto che ci piace esibirci tutti insieme come se fossimo una band capitanata da Franco “Senior”, che ha trasmesso la passione per le sette note ai suoi figli. È anche un modo per rispondere all’affetto dei tanti arenzanesi che ci vogliono bene: qui ci siamo sempre trovati bene, ci fa piacere regalare momenti di spensieratezza all’insegna della musica napoletana che in genere piace a tutti.

E adesso?

Adesso il negozio va avanti bene con Maria, anche se sono dispiaciuto di averla lasciata da sola. Ho abbandonato anche il lavoro con cui sono cresciuto, che ho amato, a cui mi hanno iniziato i miei genitori con la loro grande passione. Ricordo che da piccolo, finita la scuola, durante le vacanze estive andavo in negozio ad aiutare: mi definisco un semplice artigiano che ha lavorato per 30 anni. Adesso, dopo una lunga battaglia burocratica e legale, mi è stato riconosciuto il 67% di invalidità e  mi ritrovo a dovermi reinventare a 53 anni. Sono iscritto all’ufficio di collocamento disabili, nel frattempo studio, e spero di trovare presto un’altra occasione per poter riprendere a lavorare, un impiego adatto alle mie possibilità e al fatto che non posso più stare fermo in piedi, rimanendo magari vicino a casa: il lavoro è anche dignità, mi sono sentito improvvisamente inutile. La mia battaglia continua, vedrò di affrontarla con grinta e determinazione, aiutato da una famiglia splendida.

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