VIDEO | Storia del partigiano ‘Ntuono, il protagonista dello spettacolo che doveva andare in scena al Sipario Strappato

di Valentina Bocchino

Se non ci fosse stata la pandemia, se non ci fossero state le misure restrittive, se questo fosse stato un 25 Aprile come tutti gli altri, questa sera le porte del teatro Il Sipario Strappato sarebbero rimaste aperte, e sul palco Vittorio Attanasio e Fabrizio Cosmi avrebbero portato in scena la storia del partigiano ‘Ntuono.

Invece siamo ancora in emergenza coronavirus, ormai da quasi due mesi, e lo spettacolo – così come tutti gli altri – è saltato. E un pensiero va al Sipario Strappato e a tutte le realtà culturali che stanno vivendo momenti di grande difficoltà e incertezza.

Sperando dunque di poter rivedere presto le porte del teatro arenzanese riaprirsi (la comunità dovrà mostrarsi unita anche nel sostenerlo), e sperando di avere l’occasione per vedere dal vivo lo spettacolo che parla della storia del partigiano ‘Ntuono, abbiamo intervistato Vittorio Attanasio, ed ecco qualche dettaglio in più.

Vittorio, come nasce l’idea di questo spettacolo?

L’idea parte dal congresso nazionale Fiom dell’anno scorso a cui mi avevano chiesto di partecipare: ogni delegazione portava un contributo anche in musica, e da lì abbiamo iniziato a ragionare sulla storia di un partigiano da raccontare poi anche nei mesi successivi, in particolare per il 25 Aprile. Ma da dove iniziare? Chi scegliere? Una sera ho aperto l’armadio di casa mia, e l’occhio mi è caduto su una vecchia giacca appartenuta a mio padre, una delle ultime cose che mi sono rimaste di lui, e ho capito che la storia l’avevo già. La sua: il partigiano ‘Ntuono è lui.

Qual è la sua storia?

Nacque a Nizza, dove suo padre era pastaio, nel 1920. Cinque anni dopo, a sua madre venne nostalgia di Napoli, la sua città, e volle tornarvi. Erano gli anni del fascismo, mio padre crebbe a Napoli, poi venne arruolato, mandato in Africa dove venne gravemente ferito e perse un occhio a causa di una granata. Tornato a Napoli, prese parte alle famose “quattro giornate”, poi andò a Genova e anche lì dette il suo contributo alla Resistenza.

Cosa ti raccontava tuo padre?

Ci raccontava soprattutto delle quattro giornate di Napoli, dell’ultima battaglia di piazza della Repubblica (allora piazza Principe di Napoli), degli “scugnizzi” sui carri armati, delle spole che faceva a Genova per rifornire i vari gruppi partigiani.

Ma non amava particolarmente parlare di quel periodo, che per quelli della sua generazione deve essere stato devastante sotto tutti i punti di vista. Lui non si è mai sentito eroe e, come mi ha raccontato, semplicemente aveva deciso di schierarsi per la libertà del suo Paese.

E lo spettacolo in cosa consiste?

È la storia della sua vita in parole e musica, ricostruita attraverso gli episodi che ci raccontava, i documenti, gli aneddoti, le testimonianze. Ma vuole essere la storia di un partigiano, più che di mio padre. Si capisce che sono suo figlio probabilmente solo a fine spettacolo.

Il racconto parte dal 1920, dalla nascita di ‘Ntuono, e per ogni episodio c’è una canzone di vari cantautori che descrive i sentimenti dei protagonisti: quando mia nonna decise di tornare a Napoli, spinta dalla nostalgia, c’è “Napule è” di Pino Daniele. C’è un episodio in particolare che è toccante: quello di quando mio nonno, che a Napoli era diventato pescatore, era tornato a casa con lividi e segni di violenza. Aveva raccontato a mio padre, che allora era piccolo, che aveva avuto a che fare con dei ladri che gli volevano portare via il pesce. Ma poi, la sera, mio padre sentì lui e la moglie che discutevano, chiusi in camera da letto. Parlavano di una tessera (ovviamente quella del partito fascista), che lui non voleva prendere, ed era per quello che lo avevano picchiato. Per quel momento di confronto tra i due abbiamo deciso di suonare “Stranamore” di Roberto Vecchioni.

Che effetto ti ha fatto portare in scena la storia di tuo padre?

La gioia più grande è stata alla fine – nei luoghi in cui questa storia è già stata rappresentata – vedere tra il pubblico alcune persone che si asciugavano gli occhi con il fazzoletto, commosse.

Ecco, posso dire che un’emozione così non l’avevo mai vissuta.

Serve ancora ricordare il 25 Aprile, anche in questo strano periodo di “quarantena”?

Serve sempre ricordarlo, sempre. Non è vero che il fascismo non esiste più e che non c’è pericolo che ritorni. I pericoli per la democrazia sono sempre dietro l’angolo, aspettano solo il momento buono per tornare. È emblematico l’episodio proprio di stanotte, della svastica trovata su un monumento simbolo della Liberazione, vicino alla mia Mele. Non abbassiamo mai la guardia. Nemmeno in questo momento.